Il mondo fuori va avanti

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In questi giorni capita di guardare fuori dalla finestra di casa e immaginare che, forse, almeno fuori, il mondo va avanti, prosegue nel suo lento, ma inesorabile cammino. Quando si guarda fuori si pensano i grandi-piccoli eventi che accadono nel mondo: un bambino che nasce, un amore che sboccia, un’amicizia che si rinsalda ogni giorno di più.

Ma sempre guardando fuori da questa finestra c’è anche la consapevolezza che, in realtà, in questi giorni è tutto fermo: bar, ristoranti e negozi chiusi; supermercati a numero chiuso e ospedali che, invece di curare, sembrano ogni giorno di più luoghi da evitare, “altrimenti, ti prendi anche quello che non hai”.

E così, tra una riflessione e un aiuto per le pulizie e i lavori domestici, ci rendiamo conto che ci avviciniamo quasi al cinquantesimo giorno di una quarantena che, sembra fare da “cartina al tornasole” delle diverse problematiche interne a quelle “quattro mura” entro cui siamo confinati. Problemi di coppia e problemi con i figli, problemi con il lavoro, perchè “non ho connessione a sufficienza” e soprattutto problemi con sé stessi, con quell’incompletezza, quell’imperfezione di fondo che caratterizza l’uomo in quanto uomo, cioè creatura al cospetto del suo Creatore.

Spesso sono problematiche che si trascinano nel tempo e divengono incrostazioni di un’esistenza “apparente”, ma poco “pertinente” con l’essere umano. Ne sono un esempio le continue e, troppo spesso, non denunciate violenze domestiche che - soprattutto in un periodo di “clausura forzata” dalla quarantena - divengono situazioni esplosive e sempre più drammatiche, sopratutto per donne e figli costretti a vivere in costante “compagnia” dei propri aguzzini.

Ma ci sono anche i poveri ed emarginati di una società che si è sempre dimostrata indifferente e lontana da tali problematiche: anche nel corso degli ultimi decenni, sempre più persone hanno vissuto il dramma della povertà e in alcuni casi dell’indigenza e, purtroppo, la crisi economica conseguente alla forzata chiusura delle attività commerciali, dovuta alla diffusione del Covid-19, porterà conseguenze ancora più devastanti sull’economia e su tutto il mondo del lavoro[1].

A tale proposito, il Santo Padre Papa Francesco - nella messa mattutina della cappella di Casa Santa Marta di lunedì 7 aprile - ricordava con precisione il tema della povertà e si sofferma su uno specifico passaggio evangelico di Giovanni: “i poveri li avrete sempre con voi”. Egli evidenzia che i poveri ci sono e sono tanti: ci sono poveri che sono “visibili” - in numero minore - e poveri “invisibili”, che sono la maggior parte[2]. Poveri e ammalati che vengono letteralmente “parcheggiati” in un’area di sosta di un grande ospedale statunitense - è anche questa cronaca di pochi giorni fa -, perchè non hanno le assicurazioni sulla salute e così non vengono adeguatamente trattati e visitati negli ospedali.

Sempre il Papa denuncia come troppe volte i poveri e gli emarginati assomiglino sempre più a vivi “elementi di arredo”[3] di città e metropoli, al pari di piazze e fontane, da contemplare ed osservare come se fossero “monumenti”, per coscienze sopite dagli eccessi dello shopping e del benessere superficiale ed alienante, di cui tutti purtroppo siamo stati vittime inconsapevoli.

Ma la possibilità di vedere tutto questo, di vedere il mondo fuori che va avanti, il bello e il brutto della realtà circostante, anche da dietro una finestra, esiste ed è proprio opera dell’ingegno umano: la rete internet e tutta la galassia dei mass media, dai più nuovi ed innovativi a quelli più tradizionali.

È grazie ai media se ogni giorno sappiamo qual è il numero di contagiati e quindi il trend dell’epidemia ed è grazie ai media che abbiamo la possibilità di rimanere connessi - per utilizzare un gergo di moda - con gli altri, con gli amici e i parenti che si trovano lontani, con il mondo del lavoro e della scuola e con tutta la realtà circostante.

E così, in questo modo, è possibile sapere che il mondo fuori bene o male progredisce; è possibile sapere che attraverso i social network si può venire a conoscenza di una guarigione da questo virus terribile; mediante la Tv o la radio, possiamo essere contenti di sapere che ci sono persone che lavorano sodo, per far in modo che il nostro Paese non collassi completamente.

È anche bello sapere dai giornali che ci potrà essere una cura o di un mezzo che possa - se non debellare - quanto meno far guarire le persone colpite da questo male invisibile, eppure così pericoloso.

Tutto questo lo si deve agli operatori dei media: lavoratori silenti che ogni giorno cercano di dare  il massimo per un’informazione corretta e lineare, senza cadere in sensazionalismi, né vittimismi che non fanno certo il bene dell’opinione pubblica.

Certamente gli operatori delle comunicazioni sociali hanno una grande responsabilità, che può determinare il benessere psico-fisico-sociale di una nazione già di per sé provata: infatti, saper dosare al meglio parole ed espressioni può portare a cambiare il modo di pensare e di intendere il mondo che ci circonda. Come affermato dal decreto del Concilio Vaticano II Inter Mirifica, agli operatori delle comunicazioni sociali spetta l’onestà nelle loro attività professionali e l’osservanza di un codice morale[4] (un “codice deontologico”).

La sobrietà e la moralità sono dunque elementi che autori e consumatori di “prodotti mediali” sono chiamati ad avere, per la formazione di una retta coscienza e, al tempo stesso, conciliare il diritto all’informazione e alla comunicazione[5].

Oggi come oggi però la rete internet ed in particolare l’avvento del Web 2.0 ha fatto sì che noi tutti diventassimo non più solo “consumatori mediali”, ma sempre più anche “produttori” di contenuti che vengono immessi sulla rete senza, di fatto, un vero e proprio controllo. Gli utenti sono passati ad essere sempre più prosumer, ovvero produttori-consumatori di contenuti che sfuggono alle maglie del controllo e della validazione editoriale più tradizionale.

Sono i rischi che la libertà porta con sé: nella rete internet si insinua la possibilità di far circolare informazioni false (le fake news), di “schedare” e/o “profilare” gli individui, senza quasi accorsene. Si registrano purtroppo anche casi di cyber-bullismo e sexting (parola derivata dall’inglese text = testo e sex = sesso, da cui il significato di divulgazione di testi/immagini a contenuto sessuale scambiate attraverso la rete).

Sebbene la legislazione vigente sia piuttosto accorta sotto questo profilo - ne sono un esempio la legge 71/2017[6], meglio nota come “legge sul cyber-bullismo” e la legge 92/2019[7], conosciuta come “legge sull’introduzione dell’educazione civica nelle scuole” (attenzione all’art. 5 della suddetta legge, sul tema della cittadinanza digitale) - è chiaro come si debba soprattutto far appello alla responsabilità personale di ognuno, primi fra tutti ragazzi ed educatori.

Sulla scia di quanto si sta svolgendo a livello scolastico, è chiaro cioè che la riflessione su queste tematiche debba diventare “pane quotidiano” anche all’interno di contesti formativi ed educativi importanti, come oratori e/o gruppi giovanili presenti nella nostra Diocesi.

Solo così sarà possibile comprendere meglio la bellezza e l’importanza dei mezzi comunicativi e acquisire consapevolezza che il loro compito è far avvicinare le persone e non allontanarle; è far rivivere relazioni “interrotte” - come quelle che oggi siamo costretti a vivere - e così sentirci meno soli; è mostrare il bene, il bello e il buono di ognuno e del mondo che ci circonda, anche in tempi così difficili e di distanziamento sociale.

I media svolgono quindi un ruolo fondamentale, ancor più in questi giorni di “quarantena”: essi sono i nostri occhi sul mondo e il nostro essere nel mondo, sebbene in modo virtuale. Senza tali strumenti ci sentiremmo ancora più soli e non avremmo modo di comunicare, lavorare, insegnare. E sempre di più essi si dimostrano come modalità per “rimanere nel nome del Signore”: non solo nella bellezza e nella ricchezza dell’incontro con Gesù, mediante i sacramenti, quanto nel sentirci comunità che si trova nella prova, come Pietro sulla barca, e che chiede a Cristo la salvezza e la pace del mondo.

Quest’anno “rimanere nel nome del Signore” e celebrare la Risurrezione pasquale di Cristo non sarà la stessa cosa, rispetto agli altri anni: da casa, ancora guardano fuori attraverso la “finestra mediale” della Tv e di internet, avremo modo di rivivere i momenti salienti della passione, morte e Risurrezione di Gesù, certi che anche noi potremo ritornare, presto o tardi, alla vita, quella vera, quella fuori dalle “quattro mura” di casa e così riprendere quel filo interrotto di legami ed amicizie, che mai però si è davvero spezzato.

Silvia Vallè