Quando la televisione non fa rima con educazione

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Circa dieci giorni fa, il 9 settembre 2020, la piattaforma digitale Netflix ha lanciato il film Cuties, in lingua originale denominato Mignonnes, della regista franco-senegalese Maimouna Doucouré, attirando fin da subito l’attenzione di gran parte del pubblico, sia statunitense, sia europeo, per via di una serie di scene in cui sarebbero protagoniste alcune ragazzine undicenni piuttosto disinibite e in atteggiamenti sensuali e provocatori.

La trama di questo lungometraggio, peraltro definita “fragile” da parte di alcuni critici[1], riguarda le ambizioni di una bambina della periferia parigina che, per farsi accettare dalle “amiche”, vuole entrare a far parte di un gruppo esclusivo di ballerine di twerking (letteralmente “sobbalzare”, “scuotersi”[2]) coetanee, che con ammiccamenti e abiti succinti cercano di sfondare nel mondo della musica e della danza.

A far da corollario, vi è una situazione familiare e sociale piuttosto delicata: un padre poligamo, pronto a risposarsi, una madre in depressione e un fratellino da accudire[3]; il tutto nell’ambito della periferia di Francia, dove il melting pot etnico-religioso-culturale è sempre in fermento e pronto a infiammare la protesta sociale.

Motivo di scandalo, di boicottaggio e di richieste da più parti della sospensione della messa in onda del film sarebbe proprio il disinvolto uso del corpo di ragazzine (o meglio bambine) che ancheggiano e “sculettano” davanti alle telecamere di una sorta di reality show in stile Flashdance, senza rendersi conto di come vengano utilizzate e mercificate dalla televisione e dai network internazionali di produzione cinematografica, in nome di una fantomatica emancipazione e apertura a tutto ciò che il mondo adulto oggi propone, sia in termini positivi, sia negativi.

Ma questo film in realtà non fa altro che aprire un “vaso di Pandora” ancora più vasto e per certi versi più inquietante: è vero che, secondo il Presidente Nazionale dell’Associazione AIART - Cittadini Mediali Onlus, Giovanni Baggio, la pellicola «propone scene che inducono alla sessualizzazione dell’infanzia, sponsorizza e diffonde messaggi di pedofilia riducendo le bambine a meri oggetti sensuali e sessuali»[4]; al tempo stesso, bisogna allargare l’orizzonte della riflessione a tutto quel “mondo-di-mezzo” dell’adolescenza e soprattutto della pre-adolescenza, che troppo spesso risulta lasciato a sé stesso dal mondo adulto e quindi, altrettanto spesso, vittima di una realtà troppo grande per l’ingenuità ancora infantile delle piccole protagoniste.

Se, da una parte, non è attraverso la spettacolarizzazione e la ipersessualizzazione delle piccole protagoniste che si può svolgere un ruolo di denuncia del problema, come avrebbe sostenuto la regista del film[5] - sarebbe come svolgere una campagna contro l’uccisione degli animali fotografando un cacciatore mentre spara - e sarebbe altresì giusto che questa pellicola venisse tolta dai titoli di grido di Netflix - come giustamente affermato sempre da Giovanni Baggio:[6]; dall’altro lato, bisogna accendere una grande luce su tutto il fenomeno della “perdita di innocenza” dell’infanzia e dell’adolescenza.

È ormai decennale la riflessione secondo cui le donne vengono rappresentate nei media, in generale, e nella Tv, in particolare, in base a cliché di mero oggetto sessuale ed è altrettanto decennale la proposta di modelli, particolarmente forti tra le ragazze adolescenti, di attricette/veline che offrono seno prorompente e “lato B”, ma che di fatto contribuiscono solo a rimpinguare generosamente le casse dei network di riferimento, senza dare alcun valore e/o spessore contenutistico/culturale alla qualità della produzione.

L’influenza dei media certamente aiuta a consolidare stereotipi e pregiudizi di genere già appresi da altre agenzie, come la famiglia, in cui bambine e fanciulle sono portate a vivere la loro sempre più precoce femminilità, anche tramite l’escamotage dei giocattoli: se per anni si è discusso attorno al significato della mitica bambolina Barbie, icona degli anni ’80 e ’90, della donna emancipata e “all’occidentale”, oggi sembrano essere le stesse nostre “figlie della porta accanto” che presentano la propria femminilità attraverso la bellezza e/o snellezza del proprio corpo al solo fine di conquistare “Lui”[7], sfoggiando abbigliamento sempre cool e alla moda, seguendo le tendenze delle varie icone e/o youtubers del momento, al fine di essere seducenti e soprattutto vincenti.

Inoltre, oggigiorno, una svariata serie di piattaforme e di social network, per lo più in voga tra le fasce dei più giovani, fanno del narcisismo e della ipertrofizzazione dell’io una regola aurea: sono centinaia di milioni gli iscritti a TikTok che si mettono in mostra, anche attraverso atteggiamenti provocanti e sessualmente espliciti, e sono altrettanti milioni gli utenti (troppo spesso adulti) che con i loro like e/o condivisioni dicono il loro “si” a messaggi di dubbio gusto, se non anche a forme di vera e propria pedo-pornografia.

Di fronte a tutto questo, di fronte a questa fuga dall’età dell’oro dell’infanzia, sempre più ristretta a pochi anni di scuola dell’infanzia e primi della scuola primaria, il mondo adulto in primis è chiamato a una seria e corretta autocritica sull’utilizzo oculato ed accorto dei media e dei social network, onde evitare che - con la scusa del “non si può evitare un inevitabile avanzamento e avvallamento di certi comportamenti da parte delle fanciulle di oggi” - si arrivi ad accettare che ragazzine undicenni possano diventare oggetto di “divertimento sensuale” per adulti, quasi che si aprano le porte a forme di legalizzazione della pedofilia[8].

La società adulta di oggi, che dovrebbe essere modello e punto di riferimento per le generazioni più giovani, ha quindi il compito di assumere atteggiamenti più sobri e più equilibrati verso tutte le realtà della modernità, ma soprattutto assumersi un compito educativo proprio verso quelle realtà giovanili che non devono essere viste con invidia e/o gelosia del “tempo che fu”, ma come il futuro, come il domani del mondo.

Al tempo stesso, gli editori e i grandi magnati dei media dovrebbero far propri atteggiamenti molto responsabili sul retto uso degli strtumenti della comunicazione sociale, al fine di non opporsi al bene comune, anche attraverso l’uso di un “codice morale" adeguato al gravoso compito di educare e non soltanto di intrattenere un pubblico sempre più eterogeneo, diversificato e degno di massimo rispetto[9].

Solo così si eviterà di incorrere nella massima popperiana della “Tv cattiva maestra” e invece dar vita a una Tv e in generale a una comunicazione sociale rivolta al bene, al bello e al buono che c’è in ogni uomo.

 

Silvia Vallè

 


[7] Grossi G., Ruspini E., Ofelia e Parsifal - Modelli e differenze di genere nel mondo dei media, Edizioni Libreria Cortina, Milano, 2007.

[9] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale Inter Mirifica, del 4 dicembre 1963.