Siamo veramente tutti sulla stessa barca?

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Ben ritrovato! Oggi voglio riprendere le fila del mio ultimo articolo sul tema della comunicazione (se non l’hai fatto, ti invito a leggere “Chi cerca, trova!”) approfondendo due concetti. Per il primo, parto dalle parole del Santo Padre pronunciate il 27 marzo durante il rito solenne dell’Urbi et Orbi: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda”. Come non condividerle! Dal punto di vista umano sono parole cariche di unità, di solidarietà e di fratellanza. Se rileggo la stessa frase con un’altra ottica, quella sociale ed economica, trovo delle difficoltà a comprenderle. Non fraintendermi, non voglio contraddire le parole del Papa, mi spiego meglio!

Ho letto in alcune interviste frasi del tipo: “Siamo sotto la stessa tempesta ma …siamo tutti sulla stessa barca? O alcuni hanno i remi e altri no? Alcuni hanno scialuppe di salvataggio e altri no? Noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle le conseguenze causate dal virus e dal lock down. Tramite i mezzi di comunicazione abbiamo visto anche le difficoltà di altre Paesi come Spagna, Inghilterra e Stati Uniti. Poi ogni tanto sentivamo qualche notizia che accennava brevemente alla situazione nei paesi africani e sud americani. Il pensiero comune era “Se arriva da loro, è finita! Il loro sistema sanitario non può reggere!” Beh, non si può dare torto a questa affermazione. Infatti quasi la totalità dei Paesi Africani ha attuato le stesse nostre restrizioni (anche con leggi più dure) quando ancora c’erano pochissimi casi e nessuna vittima. Questo perché è importante la prevenzione dove non si può garantire assistenza sanitaria efficiente in tutto il Paese. Se guardiamo i dati, sperando siano veritieri, vediamo più di 180.000 casi e di oltre 5.000 morti; non catastrofici come i nostri, ma comunque pur sempre negativi. Scusate se prendo come esempio sempre il continente africano ma diciamo che è quello in cui sono più sul pezzo.

Il primo pensiero sarebbe: “Meno male, almeno le restrizioni hanno funzionato”. Certo, ma ci siamo informati sugli altri effetti del COVID-19? Non sui dati sanitari, ma intendo quelli sociali ed economici. Cerco di darti qualche spunto, poi ti invito a fare qualche ricerca personale che è diverso da informazioni ricevute da un scrittore alle prime armi che non conosci, come me. Il nostro isolamento l’abbiamo vissuto in casa, sotto un tetto, al caldo, con tutte le comodità. Certo, con un clima terribile all’esterno ma comunque al sicuro. Sappiamo cosa vuol dire in Africa avere le scuole chiuse? Molti studenti in Italia avranno esultato alla notizia delle scuole chiuse, ma non penso che i nostri amici africani abbiano avuto la stessa reazione. Perché? Perché andare a scuola significa avere un pasto al giorno assicurato e a casa questo potrebbe non succedere. Casa molte volte non significa “posto sicuro”. Infatti alcuni dati ci dicono che le violenze e abusi domestici sono aumentati in diverse nazioni.  Un altro esempio: nelle zone in Uganda dove opera l’ONG con cui lavoro e dove sono stato, a maggio si è sviluppato un piccolo focolaio di colera che in pochi giorni ha ucciso 6 persone. Sai cosa ci dicono i dati del COVID-19 in Uganda? 3 mesi, 657 contagiati, 0 morti. Un “banale” colera ne ha fatti 6 in pochissime settimane. Per non parlare delle invasioni delle locuste che hanno rovinato raccolte di cibo per oltre 25.000.000 di persone (stima della FAO) in molte zone dell’Africa Orientale, scontri civili in altri Paesi, ecc. Insomma, il COVID è stata ed è un’emergenza come tante altre.

Questo periodo ha reso ancora più evidenti differenze che esistevano già prima della crisi. Diciamo che il virus le ha semplicemente portate in superficie. Queste sono le conseguenze di anni e anni di indifferenza. Come è possibile che nel 2020 ci siano Paesi che lottano contro una malattia come il colera che è curabile, che non esiste più in Europa e che si contrae attraverso acqua sporca?!?!

Abbiamo vissuto da poco la Pentecoste. Allora proviamo a riscoprire proprio il significato di questa Solennità! Che cosa chiediamo oggi allo Spirito Santo come Chiesa, come parrocchie, come giovani, come famiglie? Che ci dia il coraggio di uscire, di andare incontro agli altri per portare il Vangelo; non aspettare dentro, ma uscire! Incominciare ad ascoltare chi ci sta vicino, quello che ci vuole dire con le parole o con i gesti. Incominciare a smetterla di soffocare nei nostri piagnistei e iniziare ad amare, a perdonare, a sorridere a chi ci sta accanto, a trattare con rispetto amici, figli e genitori, a spendere il nostro tempo per chi è solo e bisognoso, a toccare la carne di Cristo nei poveri, nei sofferenti, negli immigrati.

Forse mi sono dilungato troppo. Meglio che analizziamo l’altro concetto più avanti, quindi ti do appuntamento al prossimo articolo! Grazie per l’attenzione

Ah dimenticavo, per qualsiasi chiarimento, domanda oppure se la pensi diversamente rispetto a qualche mia idea che ho scritto, puoi contattarmi tramite il profilo facebook o instagram di JOXV. Ti verrà dato il mio contatto e potremo scambiarci le nostre opinioni (…che fa sempre bene)!

A presto!